Posts in Tokyo/Milano, Il Ritorno
101 motivi
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10. La Madeleine
“Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”
Così scriveva Marcel Proust della memoria, una enorme farmacia dove poter trovare la pace o la dannazione eterna. Ricordate l’episodio della madeleine in cui l’autore racconta come il sapore di quel dolce inzuppato nel tè lo faccia partire in un viaggio a ritroso nel tempo?
Ho avuto la stessa esperienza un paio di giorni fa, nel mio caso non è stata una madeleine, ma un giocattolo.
L’ho scovato su un sito di roba usata su internet, ancora in confezione anche se impolverato.
Sono delle paperelle a corda, mamma papera e tre paperotti legati a lei da una cordicella rossa, nulla di complicato, un banale gioco ormai passato di moda.
Quando ho aperto il pacchetto e ho scoperto la confezione sono tornata indietro nel tempo. Non è stato un passaggio dolcemente piacevole, è stato un vortice violento e spietato che mi ha strappato a questa realtà e mi ha gettato nella mia infanzia.
Io non ho frequentato l’asilo. Ogni mattina quando mamma andava a lavoro mi lasciava a casa dei nonni.
Via Gino Capponi, la seconda villetta a schiera a due piani, l’enorme cancello, le aiuole del giardino, la palma piantata quando nacque mio zio diventata più alta della casa stessa, il cespuglio di margherite da cui prendevo sempre qualche foglia da regalare alle lumache che uscivano puntualmente dopo la pioggia, il pergolato che si caricava dei grappoli del glicine a maggio, la cuccia di Ras, l’ultimo cane che i nonni avevano avuto, ancora lì vuota, il tavolo e le sedie di plastica che lavavano con la pompa d’acqua quando arrivava la primavera e si poteva stare fuori, e la casa che sapeva di casa, umida anche in estate, che la mattina odorava del caffè latte in cui nonno inzuppava le fette biscottate, io che mi sistemavo in poltrona a guardare Super Vicky e aspettavo di uscire con nonna a fare la spesa.
Verso le nove Nonno prendeva il suo 126 e andava alla sezione dei mutilati. Combattè durante la seconda Guerra Mondiale, era un carrista Nonno Mario. Nell’esercito giudò il carro armato, e secondo me guidava il suo maggiolino allo stesso modo. Fu mandato in Africa a Tobruch, una granata lo colpì e tornò a casa senza un occhio e con una medaglia al valore. Stando a quello che diceva mio padre da qualche parte nonna in casa conservava ancora l’attestato al merito firmato dal Generale Rommel. Stando al nonno non si sa dove l’abbiano messo, non è stato più ritrovato. Nonno Mario all’apparenza era tutto tranne che un eroe di guerra, di poche parole, rideva molto e dormiva tanto. Era solito cantarmi canzoncine in dialetto poco adatte ad una bambina ma che a me piacevano tanto.
Ho trascorso la mia infanzia con nonna Alba, io porto il suo nome. La nostra mattinata iniziava così: dopo aver salutato il nonno, andavamo al piano di sopra e io l’ aiutavo a sistemare casa. Verso le dieci uscivamo per andare a fare la spesa. Era sempre lo stesso giro, ma era felicemente confortante tornare negli stessi negozi e ripercorrere il tragitto fatto il giorno prima; la merceria di Mafalda e l’odore dei fustini dei detersivi dove adoravo scovare le sorprese che di tanto in tanto uscivano, Mario il fruttivendolo che mi salutava sempre con una carezza sulla guancia e il profumo della rosetta con la mortadella comprata all’alimentari pochi metri dopo, l’ovetto kinder avuto in cambio del resto da Carletto e l’edicola dove nonna passava per comprare libri nuovi.
Era un giorno come tanti e durante il nostro giro passammo in piazza Incoronazione di fronte a un piccolo tabacchi che vendeva anche giocattoli e lì, in vetrina, vidi quelle paperelle.
Chiesi a nonna di comprarmele e lei mi disse che non aveva abbastanza soldi con sè quel giorno.
Tornammo a casa ma io avevo ancora il pensiero fermo a quel giochino.
Quel pomeriggio dopo essere tornata a casa con mamma andai di nascosto all’ingresso e presi dei soldi dalla sua borsa attaccata all’uomo in piedi (era così che noi chiamavamo l’appendiabiti “Uomo in piedi” (^^) ).
Non ricordo di preciso quanto, forse cinque mila lire, non saprei. Fatto sta che la mattina dopo glieli diedi a nonna dicendo: “Così adesso hai i soldi per comprarmi il giocattolo”.
Ricordo la sorpresa sul viso di nonna quando mi chiese la provenienza di quei soldi e io candidamente le confessai il mio reato.
Nonna poi lo disse a mia madre e lei mi rimproverò per aver preso i soldi senza permesso, ma le paperelle alla fine me le hanno comprate lo stesso.
Pensavo di fare una cosa buona, dare i soldi a nonna che non ne aveva abbastanza, anche se erano per fare un regalo a me.
E’ stato emotivamente devastante riavere di nuovo in mano quel giocattolo, le lacrime sono scese senza freni al ricordo dei miei nonni e di quell’episodio. Credo lo ricordi ancora anche mia madre.
Quelle paperelle sono state per me come le madeleine per Proust, la chiave per aprire un ricordo.
Troppo spesso dimentichiamo il passato, troppo spesso dimentichiamo chi siamo stati e chi ci ha amato.
Anche se alcune persone non ci sono più, continuano a vivere in noi. Facciamo tesoro dei nostri ricordi perchè solo così faremo tesoro anche dei nostri amori.
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9. La voglia di cadere
Non amo fare i puzzle, ci vuole troppo tempo e troppa pazienza. Arrivo sempre al punto in cui mi restano pochi pezzi eppure non riesco a completarlo. Ne prendo uno, un altro, poi un altro ancora. Nulla, quel dannato pezzo non si incastra.
Io sono quel pezzo, il Giappone è il puzzle.
In questi anni, testarda ci ho provato a adattarmi. A fare giochini con me stessa, a darmi ultimatum, a continuare a ripetere “Magari le cose migliorano” a aspettare qualcosa che potesse aiutarmi a farmi sentire meno inadeguata. Ma le cose non sono cambiate, io resto sempre quel pezzo che non si incastra.
Perchè ho continuato a restare? Per paura. Meglio avere qualcosa di sicuro che affrontare un salto nel buio e rischiare di precipitare.
“La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.”
Il primo a dirlo non fu Jovanotti ma Milan Kundera.
Lessi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” che avevo vent’anni, in un periodo della mia vita in cui quelle uniche certezze che avevo stavano svanendo una ad una. E anzichè andare avanti restavo ferma, immobile ad aspettare.
Ho vissuto allo stesso modo da quando è nato mio figlio, in attesa… troppa la paura di spiccare il volo.
Fino a quando ho deciso di smettere di aspettare.
Ho iniziato a pianificare il mio ritorno in Italia in una maniera meticolosamente nazista. Perchè così faccio, io programmo tutto, anche l’inevitabile.
Settimana scorsa sono riuscita a prenotare il biglietto di per l’Italia. Il 4 di luglio arriverò a Roma e sarà il primo passo verso un nuovo inizio. Eppure… non funziona così.
Non è che non appena varcherò il suolo Italiano come per magia avrò risolto ogni mio problema. Gli incantesimi alla “bibidi babidi boo” funzionano solo per Cenerentola non per noi comuni mortali.
Non si cambia la propria vita sistemandola pezzo per pezzo chiamando questo percorso “guarigione”.
I social sono pieni di post che all’inno #healing propongono innovative cure per ritrovare la pace interiore e stronzate simili. La risposta ai miei problemi non la trovo su Instagram.
Puoi cambiare la tua vita quando inizi a essere ciò che sei.
Chi sono io?
La donna soffocata che sono diventata o la ragazza vivace e creativa che ero a vent’anni?
Sono entrambe le cose, ma non finisco qui.
Le persone non cambiano.
E’ vero gli altri non cambiano, ma io sì.
Io posso cambiare, posso cambiare la mia vita in modo da diventare la persona che voglio essere: una persona che non ha più paura di cadere.
Perchè se non cado non volo.
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8. Ricordati di respirare
In pochi riconosceranno questo posto, o magari vi sottovaluto e in molti sapete dov’è.
Siamo al Convento dei Cappuccini di Vico del Gargano, affacciati al belvedere del parco della Rimembranza. Questo luogo è uno dei motivi scritti sul quel leggendario taccuino.
Vedete?
Ho le prove, vi dico la verità.
Per me Vico è sempre stato un posto magico. Quella mansarda, usata un mese all’anno per le vacanze, i miei la comprarono l’anno che sono nata. Gli arredi sono gli stessi che gli zii portarono da San Severo: il vecchio comò della bisnonna con i suoi traballanti tiretti, il letto di Dracula ribattezzato così per la carta rossa che lo tappezza all’interno, il ripostiglio stipato di vecchi secchielli e palette, la lampada a luci rosse posta accanto alla tv che accendevamo la sera prima di andare a letto. La chiamammo così perchè zia Maria credette bene di metterci una lampadina rossa. Quel lume fa ancora la stessa luce colorata, dubito sia la stessa lampadina di allora, ma mi piace credere che lo sia.
Trascorrevamo il mese di agosto in otto, la mia famiglia e quella dei miei cugini che vivevano a Milano. A volte diventavamo anche dodici quando i nonni e gli zii da San Severo decidevano di trascorrere il Ferragosto assieme a noi. Avevamo un solo condizionatore enormemente rumoroso e il caldo lo combattevamo con i ventilatori e i gelati della Standa. E nessuno si lamentava del casino e delle scomodità. Eravamo troppo presi dal goderci la compagnia l’uno dell’altro per notare come quella casa fosse in realtà troppo piccola per tutti. Un unico bagno in otto, la corsa di noi bambini dopo il mare per fare a gara a chi si lavava i piedi per primo, l’acqua calda che finiva sempre sul più bello, colpa di quello scaldabagno troppo piccolo e la bombola della cucina a gas che puntualmente era vuota il 15 agosto. La mia infanzia è racchiusa in quella casa e crescendo è lì che l’ho lasciata.
La passeggiata il pomeriggio al convento divenne una mia abitudine da adolescente. Di solito scendevamo al mare la mattina e, troppo pigri per riprendere la macchina di nuovo, trascorrevamo il resto della giornata a Vico. Io, giusto alla contr’ora, mettevo in borsa il libro e andavo sola a leggere al parco.
Me ne stavo lì a gambe incrociate sul muretto, con la schiena poggiata contro quella palizzata pericolante che non mi ha mai tradita. Erano quelle estati che, dopo un anno di studio matto e disperatissimo, trascorrevo leggendo a più non posso. Le estati in cui mi innamorai di Dostoevsky, mi emozionai con le sorelle Brontë, trattenni il fiato leggendo il nome della Rosa, mi persi nelle angosciose vicende di Anna Karenina. Quelle estati in cui mi bastava un libro e un paio d’ore seduta in quel parco per ritrovare pace. In quei pomeriggi io respiravo. Mi riempivo i polmoni dell’odore della mia terra, degli ulivi e del profumo del mare che danzando sulle colline arrivava fino a me e mi sentivo felice.
Oggi invece sono lontana, troppo lontana da quel posto e non mi arriva ossigeno.
Ogni tanto mentre sono seduta in macchina, o sto preparando la cena, devo ricordarmi di respirare.
E, quando questo accade, allento volontariamente la tensione sulle spalle, chiudo gli occhi, sospiro e semplicemente mi ricordo di respirare normalmente.
A voi è mai capitato?
A me accade di continuo.
Vivo perennemente in apnea e il mio corpo stremato mi implora di dargli ossigeno. La vita qui a Tokyo mi ha tolto l’aria, molti doveri, troppe poche libertà. Perchè ogni qualvolta provo a riprendere fiato ecco che arriva qualcosa che mi strattona e mi allontana di nuovo da ciò di cui ho bisogno.
Non si vive senza aria.
Vorrei essere lì ora, seduta in quel parco, un libro tra le mani, il Nokia 3310 dimenticato in borsa e la pelle arrossata dal sole preso la mattina sulla spiaggia di San Menaio.
Vorrei essere lì a respirare senza dover ricordare di farlo.
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7. Ingratitudine
Quanti dei sogni che avevate da bambini avete realizzato?
Siete gli adulti che sognavate di essere, o vi siete accontentati di una versione mediocre di voi stessi?
Vivere in Giappone era il mio sogno. Sono diventata l’adulta che speravo? La risposta è: NO.
Aver vissuto qui per tutti questi anni non mi fa sentire di essere arrivata. Arrivata dove poi? Tra una manciata di mesi tornerò indietro per ripartire ancora.
Perchè voglio essere sincera, a 21 anni non avevo la più pallida idea di chi volessi diventare. A 20 anni si sa così poco, eppure si ha l’arroganza di sapere TUTTO.
Guardatevi allo specchio oggi. Avete ancora addosso la stessa spavalderia di quando avevate la metà degli anni che avete ora?
Sono venuta qui per studiare. Ho preso un diploma, ho iniziato a lavorare, mi sono sposata, ho avuto un figlio, ho smesso di lavorare per quel figlio e sono diventata mamma full time. Ho fatto tutto ciò che era giusto fare.
Ma giusto per chi?
Ho iniziato a scrivere e a pormi domande. Un semino alla volta e in poco tempo quei dubbi sono diventati certezze.
Non ero felice. Non sono felice.
L’hanno scorso ho comprato un diario, e sull’onda del trend “How to be Grateful” ho iniziato a scrivere ogni giorno qualcosa per cui essere grata. Fortunatamente ho molto per cui essere riconoscente: la salute, un tetto sulla testa, stabilità economica, una famiglia, un figlio.
Ogni mattina e ogni sera allungavo la lista, e ogni mattina e ogni sera continuavo a sentirmi disperatamente vuota.
Quel diario ce l’ho ancora, è sul comodino a prendere polvere, ho smesso di scriverci su.
E se questo vuol dire che sono una stronza ingrata allora che sia così.
SONO UNA STRONZA INGRATA perchè non sono felice di accontentarmi e di ringraziare per quello che ho.
Voglio di più, voglio diventare la persona che sognavo di essere. Perchè quella bambina sovrappeso che trascorreva i pomeriggi a guardare i cartoni in tv non ha smesso di sperare. Sogna ancora di essere felice.
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6. La mia ombra
Siamo fatti di luce e ombra, di ordine e caos, di rumore e silenzio, di amore e odio. A volte ce ne dimentichiamo.
Ho deciso di lasciare Roma e venire a Tokyo per anestetizzarmi. Ho scelto volontariamente di vivere in una società abbagliata dalla luce per annientare le mie ombre. Potete biasimarmi?
Ero reduce da una storia finita male di cui vivevo ancora gli strascichi e che mi aveva rallentato nello studio all’università. Io e la mia idiota convinzione che l’amore arrivasse una volta sola nella vita e che se perdevi quel treno eri fuori dai giochi.
Io che non sentivo più nulla, che pensavo di aver toccato il fondo e poi dagli abissi è arrivato un mostro più grande di me.
Quel cancro che mi ha strappato via papà in così poco tempo, che ha distrutto quello che rimaneva di me stessa. E non è vero che col tempo fa meno male, la mancanza diventa un buco nero e anche se passano gli anni ti abbraccia e ti riporta a quella notte, all’ospedale di San Giovanni Rotondo quando tu, poco più di vent’anni, assisti alla morte dell’unico uomo che sai non ti tradirà mai.
Dopo non rimane nulla, solo buio e quelle ombre che ti fanno compagnia in mondo di caos dove la luce non arriva più.
Avevo bisogno di luce. Ho mollato tutto e sono venuta qui. Fanculo Roma, fanculo il mio ex, fanculo la laurea specialistica, fanculo il cimitero, fanculo a quella vita di ombre.
Avevo bisogno di nascondermi, di confondermi in un mondo che non sapeva chi fossi. Ho scelto un posto lontano 9854 km da casa. Non c’era un posto più vicino. Era l’unico.
Non sarei quella che sono se non avessi vissuto qui. Mi sono camuffata tra le strade di questa metropoli, confusa tra occhi a mandorla e insegne al neon, adattata a regole che ho imparato a rispettare, a codici di comportamento che hanno ridato ordine alla mia vita disordinata.
La vita qui a Tokyo è abbagliante, splende di pulizia e perfezione, di bellezza e tradizione, di consumismo e benessere, di ordine e simmetria, di puntualità e inchini, di cortesia e precisione. Eppure dietro tutto questo si cela ben altro.
Qui apparire è un dovere e l’essere è un crimine, una società dove il “pare brutto” non esiste. In un Paese dove per scaricare lo stress si beve alcool fino a distruggersi, dove gli impiegati il fine settimana li trovi a incuiccarsi nei bar e a dormire sul ciglio di un marciapiede dopo aver perso l’ultimo treno per tornare a casa, dove chiedere sostegno psicologico è un tabù, dove si preferisce morire anziché chiedere aiuto.
CI ho provato a vivere di luce, ma la mia ombra mi ha seguito fino a qui.
Perchè, per quanto la luce delle regole giapponesi mi abbia rimesso in riga, io sono fatta anche di buio.
Prendo in prestito ciò che disse Wendy a Peter Pan:
“Dopo tutto non si può lasciare la propria ombra in giro senza sentirne la mancanza prima o poi.”
Torno in Italia per ritrovare la mia ombra, una volta che l’avrò scovata me la cucirò bene addosso in modo che non scappi più.
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5. La spontaneità
Quanti amici avevate da bambini? Quanti al liceo? Quanti all’università? Quanti adesso?
Un numero che lentamente decresce con l’aumentare dell’età. Sfido a trovare una persona sotto i quaranta che possa vantare di avere amici, veri, in un numero a due cifre.
Torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente a quattordici anni fa, a quando sono arrivata a Tokyo con la prospettiva di studiare in Giappone per un anno. Ho volutamente evitato di frequentare i compagni del corso di giapponese, tutti gaijin (stranieri) come me, per migliorare la lingua e grazie a una mia amica jappo sono riuscita a intrufolarmi in una grossa comitiva di ragazzi nipponici. Ero bombardata tutti i week end da giapponesi che non spiccicavano una parola d’inglese, e in un contesto del genere o sopravvivi o soccombi. Sono sopravvissuta ovviamente e il mio livello di conversazione è andato alle stelle. In quel periodo non mi sono chiesta se quei ragazzi fossero davvero “miei amici”, mi ci sono ritrovata in quella comitiva e ci stavo pure bene.
Poi, qualche mese dopo, quando l’euforia del “Che figata ho un’orda di amici jappi” si era placata, ricordo un discorso fatto con uno dei miei coinquilini sul tetto della nostra Guest House.
Avevo introdotto Josean nella mia comitiva da qualche mese e lui era entusiasta della nuova vita e dei nuovi amici, era un pomeriggio di primavera e ci ritrovammo sul terrazzo, il nostro posto preferito per chiacchierare.
Josean con occhi che brillavano mi disse che era super felice di essere andato via dalla Spagna e aver intrapreso questa avventura a Tokyo, e che grazie a me ora poteva avere anche la fortuna di avere tanti amici giapponesi. Io falciai quell’entusiasmo e dissi: “Perchè tu credi che siano veri amici?”
Lui ci credeva per davvero, e con una faccia seria che aveva raramente, mi disse di sì.
Avevo ragione io.
Dopo quattordici anni non frequento più nessuno di quella comitiva.
Cosa è andato storto? Cosa ci ha fatti allontanare?
Una delle ragioni è sicuramente l’essere cresciuti. C’è chi ha cambiato città, chi si è sposato, chi ha figli e un mutuo da pagare e non c’è più tempo per andare a ubriacarci, stare fuori fino all’alba e tornare con il primo treno del mattino.
Diventare adulti è un deterrente all’amicizia, ma c’è altro.
C’è un muro culturale che in noi gaijin non esiste.
Ieri mi sono vista con una mia amica giapponese che non vedevo da anni. Anche lei era parte di quella comitiva. Mi ha contattato dopo aver letto, e tradotto su google translate, uno dei miei precedenti post in cui annunciavo il mio ritorno in Italia. E’ stato bello rivedersi e aggiornarci un po’ sulle nostre vite, ma è stato tutto di superficie. Non so come spiegarlo ma non siamo andate nel profondo. Colpa mia forse che non riesco a penetrare nell’animo di questo popolo.
Il Giappone manca di spontaneità.
Da noi è normale chiamare un amico senza mandargli un messaggio “Ti disturbo” prima di telefonare, citofonare senza preavviso e dire “Sono io, apri” solo per prendere un caffè assieme e fare due chiacchiere. Qui devi organizzare con calendario alla mano e far combaciare tutti i tremila impegni prima di poter trascorrere due ore con quell’amico. Le improvvisate non si fanno nemmeno in famiglia. Io a casa di mia suocera, o mia cognata non mi sono mai presentata senza prima aver avvisato o essere stata invitata.
Dove sono finiti gli amici invadenti e i parenti che ti bussano giusto all’ora di cena quando hai già messo tavola?
In Italia è normale e non provi soggezione a ricevere gente in casa anche se hai i piatti sporchi nel lavello e il bucato messo a stendere in sala, abbracci quella persona, le sorridi e chiedi “vuoi favorire?” mostrando gli avanzi del pranzo.
Da quando sono qui ho perso la spontaneità e mi manca. C’è sempre quel velo di “magari disturbo” che aleggia e non ti fa vivere d’istinto. Da quattordici anni vivo qui e da quattordici anni vivo con la testa e non col cuore. Il Giappone è una società costruita su mattoni di regole che nessuno osa toccare; non parlare al telefono sui mezzi, non soffiarti il naso in pubblico, non abbracciare, non stringere la mano, rispetta le strisce pedonali, parcheggia l’auto di culo e non di testa, non ascoltare la musica mentre sei in bici, vivi in silenzio e non dare fastidio al tuo vicino di casa, non fumare sul balcone o per strada, fidati di quello che dicono i politici in tv, abbassa la testa e vai a lavorare.
Non è il Giappone o i giapponesi a essere sbagliati. Loro sono giusti per queso paese, sono io che sono fuori posto.
Amo questo Paese, sicuramente mi mancherà da morire una volta essere tornata Italia, ma è ora di recuperare la spontaneità persa.
Farò mia quella mancanza, mi sforzerò di ricordare com’è semplice presentarsi sotto casa di un amico senza invito e proverò vivere un po’ più di cuore e meno di testa.
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4. Mangia, prega, ama
Cosa ricordate di questo libro?
Badate bene sto parlando del libro, non del film.
Quale parte vi è rimasta impressa? Quale a distanza di anni è ancora vivida nella memoria?
Io ancora adesso ricordo l’inizio quando, andando a ritroso nel tempo, Elizabeth ritorna a una notte insonne, all’ennesima notte che trascorre nascondendosi in bagno a piangere mentre suo marito dorme profondamente in camera da letto. In quel preciso momento realizza che non può più continuare a vivere una vita che non sente sua. Elizabeth sprofonda e nella disperazione si rivolge a Dio. Una semplice richiesta posta all’Invisibile: Per favore dimmi cosa fare. Poi una voce in risposta nella sua mente: “Torna a letto.”
Mangia, prega, ama non è l’esperienza personale di una donna in crisi di mezza età, è una storia universale, è il racconto di una crisi che viviamo tutti, che sto vivendo anch’io.
Quante volte a letto piango, il sonno scomparso e farmi compagnia solo i brutti pensieri. Il magone sale all’imbrunire e diventa insopportabile quando mi infilo sotto le coperte e, una volta rimasta la sola sveglia in casa, posso lasciarmi andare. Mi concedo di piangere fino a finire le lacrime e mi addormento così, stremata.
Succede anche a voi?
Scommetto di sì, ma non lo dite. Quelle crisi non si dicono, sono un segreto da condividere con l’insonnia, non sono cose da raccontare in giro. Ti sfoghi, piangi, ti addormenti e il mattino dopo ti vesti di un nuovo sorriso e affronti la giornata.
La stanchezza triste della sera l’ha ribattezzata la mia psicologa. Tutti siamo stanchi a fine giornata, non tutti siamo tristi però. Ogni giorno mi stanco vivendo una vita che non mi rende felice e quindi a fine giornata oltre alla stanchezza ecco arrivare anche la tristezza, appunto la stanchezza triste della sera. Lapalissiano direi.
Resilienza, la capacità che un corpo ha di resistere agli urti esterni. (Cit.)
Non è una novità “Occidentale” è un concetto fisico e filosofico universale. Come il bambù si piega al vento senza spezzarsi, così l’animo umano resiste adattandosi a nuove situazioni.
Resilienza, una parola così in voga negli ultimi anni. Un termine che odio, il suono stesso della parola è insopportabile.
Fanculo la resilienza e fanculo la filosfia zen del bambù.
Sapete cosa vi dico?
Spezzatevi.
Se la vita vi investe come un treno in corsa non spostatevi, fatevi colpire. Riducetevi in pezzi e non prendetevi la briga di rimetterli a posto. Lasciateli lì. Perchè quello che si è rotto non torna più come prima. Non adattatevi, urlate, piangete e gridate ancora più forte, fregatevene del giudizio degli altri, nessuno vi conosce meglio di voi stessi. Seguite il vostro istinto e non fate quello che il Mondo crede sia giusto. Fate quello che è giusto per voi. Non siate resilienti, siate folli e rivoluzionari. Se non vi piace la vostra vita disfate tutto e ricominciate daccapo, perchè la nostra esistenza è troppo breve per sprecarla a resistere.
Resistere a cosa poi? A quella valanga di valori morali e civili che ci ficcano in testa fin da bambini?
Sposati, fai un figlio, lascia il lavoro, occupati della casa e dimentica di essere qualsiasi cosa di diverso da quello che gli altri vogliano che tu sia.
Non tradire, non mentire, non parlare, non pensare, non sognare, non ti lamentare, non piangere, non essere ingrata, non rispondere, non essere quello che sei. Sono questi i Comandamenti da seguire per essere “perfetti”.
E allora, scusa mamma se non sono perfetta.
Tradisco, mento, parlo, penso, sogno, mi lamento, piango, sono un’ingrata, rispondo, ma sono quella che sono.
Elizabeth Gilbert nel libro avrebbe potuto scegliere di restare col marito, continuare a vivere una vita “perfetta” e tenere duro. Avrebbe potuto fare quello che la sua famiglia e la società si aspettavano che facesse, ma non è stato così, anzichè resistere ha mandato tutto a puttane e ha iniziato a viaggiare.
Io non ho intenzione di fare il giro del Mondo, di abbuffarmi di pizza a Napoli, di rintanarmi in un ashram in India o di vivere un amore passionale a Bali, ho semplicemente deciso di tornare a casa perchè di sopportare ne ho abbastanza.
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3. Alla ricerca del tempo perduto
Tokyo, è passata da un pezzo la mezzanotte, non riesco a dormire, prendo il walkman e metto su la cassetta dei Cranberries. Il fruscio del nastro, immobili secondi di attesa, partono le note di “Linger” e torno indietro nel tempo.
Sono ai primi mesi di università a Roma, una grande e vecchia casa condivisa con le mie amiche di giù. Io che combattevo ogni giorno la nostalgia di casa e mi immergevo nell’odore di quella città che non volevo.
Il mio rifiuto al cambiamento e l’inevitabile certezza che tutto stava già cambiando anche senza il mio consenso, quei biglietti per il concerto dei Cranberries comprati alla Ricordi e la voglia di perdersi nella musica per una sera. Ricordo l’avventura per raggiungere il Palaghiaccio di Marino, perchè a stento avevamo capito la metro di Roma, figurarsi la rete ferroviaria del Lazio, tornare a Termini con le orecchie che ronzano ancora della voce di Dolores, il tragitto su un autobus notturno stipato di gente costato alla mia coinquilina il telefonino, fregato elegantemente da chissà chi. Immagini su immagini di un passato che fa male, il viso del mio ragazzo che con un sorriso idiota una sera viene e mi dice che ha baciato l’amica del suo coinquilino, io che abbozzo, felice che sia stato “sincero”, felice che lei abbia detto “Alba è una brava ragazza” , felice di stare precipitando verso una versione di me che non sono io.
Strano come funzioni il pensiero, basta un odore, un sapore, un suono che colpisca i sensi e quello parte. Non lo riacciuffi più, perchè quando ti rendi conto di dove sei, hai già fatto il giro del mondo dei tuoi ricordi mille volte. A quel punto provi a capire da dove hai iniziato, qual è stata la scintilla che ha innescato quel meccanismo, e così, per la seconda volta in pochi istanti, ripercorri ancora quelle diapositive.
Le lacrime scendono e piango per tutti gli errori fatti, per quelli che forse avrei dovuto fare, per la nostalgia e la rabbia di sapere che quel maledetto passato non è mai andato via, è sempre stato lì a aspettare di prendermi a schiaffi nuovamente. Stavolta però glielo faccio fare, lo sfido a viso aperto e mi faccio colpire, voglio che faccia male, voglio sentire tutto quello da cui sono scappata, riprendere in mano vecchie foto e ascoltare quelle canzoni che il Tribunale dell’Inquisizione della mia mente aveva messo al bando.
“Linger” era proprio una di quelle. Quando un paio di settimane fa ho comprato online un walkman usato identico a quello che usavo alle medie e la cassetta dei Cranberries, ho capito che quel passato era tornato.
Scrivere questo blog per me non è esattamente una passeggiata di salute.
E’ fottutamente difficile, cazzo. Eppure continuo, in una sorta di auto terapia condita da masochismo, a scavare nei ricordi.
Ho lasciato l’Italia per dimenticare il passato, fuggire dal presente e costruire un nuovo futuro.
Lascerò il Giappone per riprendere da dove ho interrotto.
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2. La maternità
31 Marzo 2014
Una passeggiata di buon mattino lungo il fiume Sumida sotto i ciliegi in fiore, la mia prima volta sola con mio figlio, presi il telefono in mano e scattai questa foto. La pubblicai su Facebook e scrissi una cosa del tipo: “La prima volta che Marco guarda i sakura”. Like, commenti e cuoricini da amici e parenti e tutto sembrò bellissimo. Eppure sotto quella perfezione si nascondeva il retro della medaglia.
31 Marzo 2014
Una passeggiata di buon mattino lungo il fiume Sumida sotto i ciliegi in fiore, la mia prima volta sola con mio figlio di appena tre mesi, ho guardato in alto verso quel soffitto di petali rosa che nascondeva il cielo e mi sono sentita soffocare. Un angosciante senso di responsabilità verso quella piccola creatura e io così impreparata a prendermene cura, l’insensata percezione di un pericolo imminente e la certezza di non essere in grado di proteggere mio figlio. E senza che me ne rendessi conto ho trattenuto il fiato e mi sono affrettata verso casa verso quell’appartamento in cui ero tornata da pochi giorni dopo sei mesi trascorsi in Italia. Quella casa che mi parve così piccola e spenta a confronto del grande e chiassoso appartamento di mia sorella a Milano.
Ricordo tutto nei minimi dettagli di quel ritorno, le pareti troppo strette, l’aria troppo chiusa, i pavimenti troppo freddi e un silenzio indescrivibile mi hanno assalito non appena varcata la soglia. Misi il piccolo nella culla e mi allontanai per preparagli il latte. Scoppiò a piangere poco dopo, non lo faceva quasi mai. Quando mi avvicinai lessi nei suoi occhi la solitudine. Lo strinsi forte a me e piansi con lui. Aveva ragione.
Eravamo soli.
La maternità mi ha cambiata. Essere madre in Giappone mi ha stremata.
Ci hanno provato a farmi il lavaggio del cervello, o meglio ho provato io stessa a convincermi che lasciare il lavoro per crescere un figlio, occuparsi di tutto ciò che riguarda la sua cura, educazione, alimentazione, igiene, salute e compagnia bella sia compito di una donna. Ci hanno provato, ci ho provato ma ho miseramente fallito. Non funziona così, non per me.
Nonostante questo continuo a farlo. Continuo a essere madre tentando ogni giorno di diventare una versione migliore di me stessa. Eppure non basta, perchè il mio modo di essere madre in questo Paese è sbagliato. Perchè se dai troppo amore cresci un figlio debole che non saprà mai cavarsela nella vita. Questo mi è stato detto.
Dare amore incondizionato è l’unico modo che conosco per essere madre. Mio figlio potrà anche diventare un adulto debole, ma saprà cosa significa l’affetto e imparerà a darlo a sua volta. Se essere la madre che sono impedirà a mio figlio di diventare un adulto freddo e cinico, che ben venga. Vorrà dire che dopotutto avrò fatto un buon lavoro come madre.
La maternità mi ha cambiata. Ora so cosa voglio per mio figlio.
Voglio che si lasci alle spalle la solitudine di questi anni trascorsi a Tokyo e che riempia la sua infanzia di risate e persone, di Natali trascorsi a fare la tombola in trenta, di vacanze sul Gargano con i suoi cugini e di Pasque trascorse a fare indigestione di Uova Kinder, di Carnevali inondati di coriandoli e di notti trascorse a parlare sotto le coperte, di partite di calcio giocate nel cortile di casa e di passeggiate in bici la domenica pomeriggio.
Torno in Italia per regalare a mio figlio la stessa infanzia che ho avuto io. Perchè se la merita e perchè si merita di vedere sua madre sorridere per davvero.
